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giovedì 31 marzo 2016

FRA ROCCO SACERDOTE...UNO DI NOI!



La nostra comunità è in festa perché Sabato 2 aprile avremo la gioia di festeggiare l’Ordinazione Sacerdotale del nostro confratello fr. Rocco Predoti. Fr Rocco ha vissuto nella fraternità del “Franciscanum” per ben quattro anni, dal settembre 2011 fino allo scorso luglio.
Si tratta di un avvenimento molto bello, a cui alcuni di noi potremo essere presenti, nella celebrazione che si svolgerà a Cittanova, in Calabria, paese d’origine del nostro caro Rocco.
Il dono che il Signore gli sta facendo è davvero grande, perché essere sacerdote significa diventare strumento di Dio. È una grande responsabilità perché, attraverso di lui, il Signore può rendersi presente ad un’umanità tanto bisognosa di misericordia e di riconciliazione.
Vogliamo allora pregare tutti insieme per questo nostro confratello, perché sia veramente in grado di mostrare il vero volto di Dio a coloro che hanno sete di lui e del suo amore.

Auguri Fra Rocco da parte dei tuoi fratelli!

Nelle foto: alcuni dei tanti momenti trascorsi da Fr Rocco nella nostra comunità.







mercoledì 30 marzo 2016

...E CAMMINAVA CON LORO!

Carissimi amici, pubblichiamo un articolo con alcune foto del pellegrinaggio di Martedì a Cannara, a 15 Km da Assisi, luogo dove S. Francesco fondò il Terz’Ordine Francescano, 
e a Piandarca dove il Santo predicò agli uccelli. Buona lettura!


Martedì 29 Marzo, abbiamo compiuto il nostro secondo pellegrinaggio di questo anno. Avrete sicuramente intuito quanto ci piace essere in cammino, d'altronde è il nome che abbiamo dato al nostro blog.
Intanto, prima di cominciare questo articolo vogliamo farvi i nostri auguri per questa Pasqua che stiamo ancora vivendo. Vogliamo dirvi che abbiamo pregato per voi e vogliamo, inoltre, ringraziarvi per la vostra fedeltà nel leggere gli articoli che pubblichiamo.

Nel Vangelo di questi giorni di Pasqua, nei brani che parlano degli eventi della risurrezione e delle apparizioni di Gesù, e che la liturgia ci propone, leggiamo in continuazione un via vai di gente che corre, che annuncia, gente che si allontana da Gerusalemme ma poi vi ritorna di corsa, Gesù che si affianca e cammina accanto a discepoli, ecc.
Mi sembra sia proprio ciò che la Risurrezione di Gesù è capace di provocare: VITA! Sembra un correre frenetico, invece, tutto questo movimento, questo mettersi in cammino è suscitato dal fatto che non è tutto finito. L’annuncio del “Vangelo”, “Buona Notizia”. inizia proprio da qui.
Nel brano del vangelo che parla dei discepoli di Emmaus tutto ciò è spiegato molto bene in quell'espressione che dice «Noi speravamo che…», come se i discepoli volessero dire “ma adesso la nostra speranza è morta, non c’è più motivo di vivere, al massimo possiamo solo soprav-vivere, tollerare questa vita…”.
In effetti, forse, in fondo neanche noi crediamo che Cristo sia veramente risorto. Abbiamo bisogno di fare esperienza della sua vita che vive in noi per poter crederlo sul serio. Anche noi dobbiamo fare esperienza di quel “si avvicinò e camminava con loro” e quell'“ospitare Gesù nella propria casa” che fecero i discepoli di Emmaus. 
Penso che una cosa sia veramente necessaria: il mettersi in cammino! Anche quei discepoli erano in cammino. Eppure non nella “direzione giusta”. Gesù, infatti, li rimprovera di essere ancora “lenti nel credere”, indolenti, eccessivamente pigri nel credere. Quello che Gesù ci chiede è di iniziare a “muoverci” in questo cammino di fede, di credere sul serio nell'amore che egli ci ha dimostrato nei giorni che abbiamo appena vissuto.

Il pellegrinaggio che con i frati della nostra comunità abbiamo fatto Martedì è stato solo un semplice cammino, ma siamo sicuri che Gesù camminava al nostro fianco.
I due luoghi che abbiamo visitato sono il Tugurio di Cannara, dove è nata la prima Fraternità dell’ Ordine Francescano Secolare (O.F.S.) fondato da S. Francesco per tutti quegli uomini e donne, sposati o non, che vivevano fuori dai conventi o dai monasteri, ma volevano comunque vivere la loro vita cristiana sull'esempio di S. Francesco. Per loro, poi, il poverello di Assisi scrisse una Regola di vita, successivamente approvata dal Papa.
Nel Tugurio abbiamo vissuto un momento di fraternità con alcuni membri del O.F.S. di Cannara.
Insieme, poi, abbiamo continuato il nostro pellegrinaggio fino a Piandarca, il luogo dove Francesco predicò agli uccelli, in aperta pianura.
(Il racconto è riportato nelle Fonti Francescane, nei “Fioretti di San Francesco”. Per chi fosse interessato al n. 1846 delle Fonti Francescane. Lo travate facilmente anche su internet)
L’invito che viene rivolto anche a noi è quello di predicare, agli uomini e alle donne che Dio ci fa incontrare, che Cristo ci ha amati fino a donare la sua vita, e che, dopo essere stato crocifisso, è risorto! E se noi desideriamo ricevere in dono la sua vita Egli è disposto a ricolmarci di vita risorta!

E allora “buon cammino” e “buon annuncio”!

Appena usciti da Assisi

Fra Rosario e Fra Giacomo
In Cammino
Il guardiano della nostra comunità
Un capriolo tra i campi

Fra Giuseppe e, in primo piano, il nostro rettore
Il Tugurio dove S. Francesco si ritirava spesso in preghiera

Pranzo nei locali dove l'O.F.S. svolge i suoi incontri di formazione
Fra Massimiliano con Lucia, ex Ministra dell'O.F.S.
Fra Giacomo con Clara

Il Ministro dell'O.F.S., Ottavio, ci fa da guida
Il masso che indica il luogo dove avvenne la predica di S. Francesco
Le due fraternità, O.F.S. e Franciscanum nel luogo della predica
Un Airone bianco minore in mezzo ai campi
Una gallinella d'acqua nel torrente accanto al sentiero

sabato 26 marzo 2016

LA NOTTE SPLENDENTE COME IL GIORNO!

Carissimi amici, questa notte è diversa da tutte le altre notti. 
Infatti, in essa facciamo memoriale di tutte le notti in cui Dio ha operato salvezza. 
Questa notte lasci nella nostra vita i segni del passaggio di Dio. 


In questi giorni abbiamo sentito parlare spesso di “notte”: Giuda Iscariota, dopo aver mangiato la cena con Gesù e gli altri discepoli, esce dal cenacolo e, nel vangelo di Giovanni, si dice: «… preso il boccone, subito uscì. Ed era "notte"»; nel ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia ascoltiamo: «Nella “notte” in cui fu tradito…»; anche alla crocifissione di Gesù scende il buio su tutta la terra, si fa notte! Sono le tenebre del peccato che sovrastano la terra, l’oscurità sembra avere la vittoria sulla luce di Cristo.

Viene alla mente anche il momento in cui Gesù e i discepoli si trovano nel giardino del Getsémani. Nel vangelo di Giovanni si dice che le guardie e i soldati, nel venire a catturare Gesù, arrivano “con lanterne e fiaccole”. A differenza del gruppo di Gesù e dei discepoli che si muove alla luce della luna, l’enorme gruppo capeggiato da Giuda ha bisogno della luce di fiaccole, per diradare le tenebre della notte in cui egli è precipitato con il suo tradimento.

È forte il richiamo ad un’altra importante notte vissuta dal popolo d’Israele: la liberazione dall'Egitto. Anche in quella occasione c’era lo stridente contrasto tra la luce e le tenebre. Infatti, durante la fuga, una colonna di nube accompagnava il popolo d’Israele e illuminava per loro la notte, mentre per gli Egiziani la nube era tenebrosa.

Esiste nella tradizione ebraica un testo chiamato “Poema delle Quattro Notti”, che parla delle veglie in cui Dio opera la salvezza per il suo popolo. 

«La prima notte fu quella in cui Jhwh si manifestò sul mondo per crearlo: il mondo era deserto e vuoto, e le tenebre erano diffuse sulla faccia della terra. La parola di Jhwh era la luce e illuminava. Ed egli la chiamò “prima notte”». È la creazione! Dio, in quella notte, strappa l’universo alle tenebre e al vuoto. La notte diventa giorno, un nuovo giorno, anzi il primo giorno dell’universo.

«La seconda fu quando Jhwh si manifestò ad Abramo, che aveva cento anni, e a Sara che ne aveva ottanta perché si adempisse la scrittura: forse Abramo può generare e Sara partorire?
Isacco aveva trentasette anni, quando fu offerto sull’altare. I cieli sono discesi, si sono abbassati, e Isacco ne vide le perfezioni; e tali perfezioni oscurarono i suoi occhi.  E la chiamò: seconda notte». Questa notte è quella che viene definita la notte della “fede”. Dio chiede ad Abramo di sacrificare “il suo figlio, il suo unigenito, l’amato”. La fede di Abramo è sconfinata. Egli obbedisce, fidandosi di  Dio. Dio griderà ad Abramo chiedendogli di fermare la sua mano. In quell'attimo Dio ridona al suo fedele servo la numerosa discendenza che gli aveva promesso.

«La terza notte fu quando Jhwh apparve agli egiziani nel cuor della notte: la sua mano uccideva i primogeniti degli egiziani e la sua destra proteggeva i primogeniti d’Israele, perché si adempisse ciò che la scrittura dice: Israele è mio figlio, il mio primogenito.  E la chiamò: terza notte». Questa è la notte della “liberazione”. Dio opera la salvezza per Israele attraverso due liberazioni: quella dalla schiavitù e quella dalla morte. Adesso il Popolo è libero!

«La quarta notte sarà quando il mondo giungerà alla fine per essere dissolto. I gioghi di ferro saranno spezzati e le generazioni dell’empietà annientate.  E Mosè uscirà dal deserto e il re messia verrà dall’alto. Uno camminerà in testa al gregge e l’altro camminerà in cima a una nube; e la sua parola camminerà tra i due, e tutti cammineranno assieme. È questa la notte della pasqua per il nome di Jhwh; notte stabilita e riservata per la salvezza di tutte le generazioni d’Israele». Questa è la notte escatologica, quella del “Messia atteso”. È nel mistero di questa ultima notte che noi entriamo quando celebriamo la solenne Veglia Pasquale della notte di sabato. Le prime tre “notti” sono proprio quelle che proclamiamo nelle prime tre letture della veglia. La “quarta notte” è, invece, proprio quella che celebreremo sabato sera.
In tutte queste notti, ma in particolare nella “notte veramente gloriosa” della veglia pasquale è Dio che veglia, che vigila. Noi siamo invitati a vegliare con lui. La notte è il tempo in cui l’operare di Dio resta nascosto e nessun uomo può appropriarsi delle sue opere. In effetti nessun uomo potrebbe guadagnarsi la salvezza da solo.

La Veglia Pasquale fa memoriale di tutte le notti della storia in cui Dio ha operato la salvezza. E allo stesso tempo si comincia a intravedere, in essa,  l’alba del nuovo giorno. La luce di Cristo inizia a sorgere con il cero pasquale e si diffonde rapidamente facendo diradare le tenebre. Per questa notte piena di meraviglie e di luce viene innalzato un bellissimo inno: l’"Exultet". 


In questa notte lasciamo a Dio operare la salvezza nella nostra vita. Lasciamo che la inondi di Luce e di Vita che mai si spengano. Che la nostra vita continui a splendere della luce di Cristo per testimoniare nella “notte” che Dio continua ad operare salvezza e a offrire agli uomini la sua infinita misericordia. Buona Notte … di Veglia! 













venerdì 25 marzo 2016

UN DIO CHE MUORE...E DONA VITA!

Oggi è Venerdì Santo. Pubblichiamo un articolo sulla Passione del Signore.
Buona lettura e buona meditazione del dono che Cristo ci ha fatto.


Vorrei iniziare questa riflessione con questa domanda: «Dio è morto?»

Sappiamo che sulla croce Gesù Cristo, Dio e Figlio di Dio, è morto veramente! Ma la morte di Gesù sulla Croce non è la fine di tutto. Attorno a Gesù non si respira solo aria di morte. Con le sue parole, con i suoi gesti egli è preoccupato molto più di spandere vita attorno a lui che concentrarsi sulla morte che è ormai vicina. Vediamo Gesù pregare il Padre per i suoi nemici, perdonare i suoi crocifissori, donare il paradiso al ladrone crocifisso accanto a lui, affidare la Madre al discepolo amato e il discepolo alla Madre. Non sembra uno che sta morendo, ma uno che da’ vita. 

E anche dopo morto continua a riversare vita, come nel caso del centurione che lo riconosce Figlio di Dio. E la vita giunge ancora a noi nell'acqua e nel sangue che sgorgano dal suo costato trafitto, simbolo dei sacramenti e della vita nuova nello Spirito.
Il momento della Crocifissione è chiamato dall'evangelista, per quasi tutta la seconda metà del Vangelo, “l’ora della glorificazione” e più volte nel racconto della passione Gesù è chiamato “Re”. Nessuno decide della sua vita e nemmeno egli è ignaro di tutto ciò che sta succedendo, né si sta nascondendo per sfuggire a questo momento. È Gesù stesso che agisce e determina il corso degli eventi.

Ma, cos'è che rende la morte di Gesù capace di riuscire ancora a donare vita?

Vorrei sottolineare due elementi importanti della vicenda di Gesù che, secondo me, contribuiscono a ciò, e che possono aiutare il nostro cammino di discepolato: il primo, l’obbedienza fiduciosa alla volontà del Padre fino all'umiliazione della passione e morte in croce; il secondo, fare della propria vita un dono per amore.
L’obbedienza fiduciosa di Gesù consiste in un suo costante rimanere unito al Padre, vivere da figlio. Nel momento drammatico che sta vivendo, Gesù rimane unito al Padre. Egli sa che Dio Padre è il Dio della vita, che non abbandona mai i suoi figli. Gesù è sicuro che dietro la richiesta di bere il calice della passione c’è una promessa di vita, un progetto d’amore. E anche per noi è possibile riuscire ad abbandonarci con tale fiducia al Padre celeste e ai suoi disegni. Ma ciò non può essere frutto di fatiche umane. Ricevere il cuore di Gesù, avere i suoi stessi sentimenti può essere solo un dono, che però possiamo e dobbiamo domandargli.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, l’incarnazione di Gesù ha come fine il fare dono di sé all'umanità. Tutta la sua vita è stata una donazione, fino a giungere negli ultimi due giorni a donare tutto se stesso, prima nell'Eucaristia e poi nel sacrificio sulla Croce.

Dal dono di sé nasce Vita! E questo lo vediamo bene nelle nostre esperienze quotidiane, come l’amicizia (dove l’altro è custodito come un “dono”), o l’essere Madri e Padri (sono coloro che “danno” la vita ai figli, generano), il lavoro (fare “dono” delle proprie capacità agli altri in spirito di servizio), l’essere mariti e mogli (sono coloro che fanno della propria vita un “dono” al coniuge). Tante esperienze ci dicono che quando doniamo qualcosa di noi stessi, attorno a noi nasce Vita. Questo è elevato alla massima potenza nel dono della vita di Gesù! La Misericordia di Dio si manifesta proprio in questa consegna del Figlio come dono per noi. Gesù nell'Eucaristia e sulla croce si offre per amore, senza pretendere nulla in cambio, si consegna nelle nostre mani. Fino all'ultimo istante la vita di Gesù è una consegna: «..e chinato il capo, consegnò lo spirito». Non si dice “morì” ma “consegnò lo spirito”! Gesù ha fatto di sé un dono d’amore per noi, ha consegnato il suo Spirito, la sua Vita a noi uomini … adesso attende solo, in fiducioso abbandono al Padre, di “riprendere la sua vita”.
Chiediamo al Signore Gesù, mentre pende dalla croce, di riversare su di noi il suo Spirito datore di vita. Chiediamogli anche di renderci capaci di fare della nostra vita un dono. Egli ci liberi dalla forte tentazione di trattenere la vita per noi con la conseguenza di perderla. Ci aiuti a stare sulla croce con il suo stesso abbandono fiducioso, con la certezza che questo legno santo è diventato, con Cristo, il grembo Misericordioso di Dio con cui Egli dà alla vita noi suoi figli.

Infine vorrei invitarvi a conoscere le vite di due “sante” dei nostri giorni che possono spiegare, meglio delle mie parole, come la vita può nascere dalla morte. Sono Chiara Corbella e Maria Chiara Mangiacavallo, trovate facilmente qualcosa su internet.





giovedì 24 marzo 2016

SE NON TI LAVO I PIEDI...NON PUOI ESSERE MIO DISCEPOLO!

Carissimi amici, non abbiamo dimenticato la seconda grande celebrazione di questo Giovedì Santo. Pubblichiamo un articolo sulla Messa della "Cena del Signore". 
Buona lettura e buon inizio del Triduo Santo!
Sieger Köder - La lavanda dei piedi
Il Giovedì Santo si celebra anche la seconda importante celebrazione di questo giorno. Si tratta della messa della “Cena del Signore”. 
In questa celebrazione facciamo memoria della cena nella quale Gesù, prima di soffrire la passione e la morte lasciò ai suoi discepoli il sacrificio Eucaristico come memoriale.
Il Vangelo della Messa in “Coena Domini” ci propone il brano della lavanda dei piedi. Il Racconto di questo gesto di Gesù verso i suoi discepoli è narrato solamente nel Vangelo di Giovanni.

Giotto - La lavanda dei piedi
Vorrei iniziare questa riflessione partendo da una frase che Gesù rivolge a Pietro quando, giunto davanti a lui, deve fare i conti con la sua resistenza ad un gesto che ai suoi occhi sembrava inadeguato e irrispettoso per la persona del maestro. La frase è : «Quello che io faccio tu non puoi capirlo adesso, lo comprenderai in seguito». (Inoltre, mi fa ricordare le tantissime volte in cui i miei genitori, quando ero più piccolo, mi dicevano la famosa frase: “quando sarai grande capirai cosa significa!”).

Il Papa lava i piedi ai ragazzi del carcere di Casal del Marmo
Sembrava invece che a Pietro fosse tutto così chiaro! Egli aveva compreso benissimo che Gesù aveva tolto le vesti di Maestro e Signore e aveva indossato il grembiule da servo. Ma c’è qualcosa che gli sfugge e che sfugge anche a noi. Qualcosa che possiamo comprendere “in seguito”, o per meglio dire “alla sequela”,  cioè quando ci metteremo sul serio alla sequela di Gesù.
Vediamo di capire un po’ meglio. La logica che guidava Pietro era ancora quella del potere e del dominio secondo il mondo: la pretesa di dare la vita per Gesù, combattere con spade, lottare fino alla morte contro i nemici, e cose del genere. Poi, davanti alla giovane portinaia, mentre Gesù stava per essere condannato a morte, Pietro non riesce ad ammettere di essere suo discepolo e rinnega il suo maestro. Da quel momento crolla la logica di potere che muoveva Pietro a seguire Gesù. Pietro entra in una crisi inevitabile ma necessaria e benedetta. Egli non poteva più avanzare meriti davanti al suo Signore. Non poteva più essere suo discepolo perché non aveva dimostrato nemmeno un briciolo di coraggio davanti a chi lo aveva riconosciuto. Ma quando, dopo la risurrezione, Gesù si presenta a Pietro e lo rende nuovamente discepolo, anzi pastore dei discepoli, egli sa, questa volta, che può essere tale soltanto per un dono di Gesù, soltanto riconoscendo di essere servo.
Ciò che spinge Pietro a lasciarsi lavare i piedi dal Signore e poi, dopo la risurrezione di Gesù, ad accettare di essere discepolo cambiando la logica del potere con la logica del servizio è qualcosa di essenziale per essere discepoli: il desiderio di comunione con Gesù.
Infatti, davanti al rifiuto di farsi lavare i piedi Gesù aveva detto a Pietro: «se io non ti lavo, non avrai parte con me». E davanti a questo ammonimento Pietro si lasciò lavare. Il restare sempre con Gesù è ciò che più conta per Pietro, quasi come se non potesse stare lontano da lui. Questo lo capirà bene nel tempo che trascorse dal rinnegamento fino all'incontro di lui risorto. E lo dimostra bene quando, al sentire che sulla riva stava il Signore, Pietro si tuffa senza pensarci e corre a nuoto verso di Lui.

Ma tutto ciò che c’entra con la nostra vita?

È la stessa cosa che succede a noi ogni volta che ci accostiamo alla S. Eucaristia. Qui Gesù continua a togliersi le vesti, quelle divine, indossa le vesti di servo e ci chiede di lasciarci lavare i piedi. 
Recita l’inno della lettera ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, divenendo simile agli uomini».
Ciò significa essere disposti a vivere la relazione con lui soltanto con una logica di gratuità e gratitudine, senza pretendere di essere potenti o forti. Soltanto in questa logica di servizio e di gratuità è possibile restare nella comunione con Lui, restare davanti a Lui Eucaristia.
Il servizio verso i fratelli, verso i nemici, verso chi ci ha tradito è proprio ciò che ci fa rimanere sempre insieme a Gesù.
Davanti all'Eucaristia riceviamo la rassicurazione che l’amore di Dio è solo e soltanto un dono e noi possiamo rispondere a questo dono solamente con la gratitudine. In secondo luogo, riceviamo l’invito ad assumere la logica del servizio per poter rimanere in questa comunione con Lui.
Mi sembra che tutto ciò sia ben sintetizzato nella vita di Madre Teresa di Calcutta e delle sue sorelle, una vita caratterizzata dall'Adorazione di Gesù Eucaristia e dal “lavare i piedi” ai poveri. Così è stato anche in San Francesco d’Assisi e in molti altri esempi di discepoli di Gesù.
Allora, chiediamo al Signore la grazia di essere suoi veri discepoli che desiderano rimanere sempre con lui e indossare le vesti del servo. Buon Triduo Pasquale del Signore.                                                                                                                                       Il Signore vi dia Pace!







mercoledì 23 marzo 2016

OLIO CHE...CI...CONSACRA!

Carissimi amici, pubblichiamo un articolo sulla Messa "Crismale" che si celebra 
in tutte le diocesi e in cui vengono rinnovate le promesse sacerdotali 
e in cui vengono benedetti gli oli sacri. Buona lettura!


Nelle ore che precedono la celebrazione del Triduo Sacro della Passione, morte e Risurrezione di Cristo la Chiesa ci fa vivere il Giovedì Santo attraverso due importanti celebrazioni: la Messa “Crismale” e la Messa della Cena del Signore. Parleremo adesso della Messa Crismale.
Questa santa Messa mostra la grandezza e la quantità dei doni attraverso il quale la Chiesa e i fedeli attingono al mistero pasquale di Cristo. Possiamo infatti renderci subito conto di come questa celebrazione sottolinei l’importanza dei sacramenti quali canali con cui Dio riversa la sua vita divina in noi. Il primo elemento è proprio il fatto che a presiedere questa santa messa è il Vescovo, in cui si manifesta la pienezza del sacerdozio. Poi, il fatto che tutti i presbiteri di quella diocesi sono uniti a lui e al suo sacerdozio mostra la stretta unione che esiste tra loro a livello sacramentale. Proprio all'interno di questa celebrazione vengono rinnovate le promesse sacerdotali. 
L’elemento che più risalta è la benedizione degli oli con cui vengono amministrati alcuni dei sacramenti, e da uno di questi oli, l’olio del Crisma, prende il nome la celebrazione, appunto “Messa Crismale”.
Dalle preghiere di benedizione dei vari oli possiamo ricavare ciò che opera Dio. All'inizio della preghiera di benedizione dell’olio degli infermi si invoca Dio come “Padre di ogni consolazione”. Dal modo con cui si invoca Dio si può già intuire ciò che la preghiera chiede allo Spirito Santo di operare nell'olio. Si chiede di concedere, attraverso l’olio, sollievo alle sofferenze dei credenti e conforto nel corpo, nell'anima e nello spirito e che vengano liberati da ogni malattia, angoscia e dolore.
Nella preghiera di benedizione dell’olio dei catecumeni si invoca Dio come “sostegno e difesa del popolo”. Si domanda a Dio energia e vigore per i catecumeni perché “illuminati” dalla sapienza di Dio comprendano più profondamente il Vangelo di Cristo; “sostenuti dalla sua potenza” assumano con generosità gli impegni della vita cristiana e “fatti degni dell’adozione a figli” gustino la gioia di rinascere e vivere nella sua Chiesa.
Ma la preghiera più significativa è quella fatta per la benedizione del Crisma. L’olio del Crisma viene adoperato per i battezzati, per i quali l’unzione conferisce il sacerdozio battesimale e per conferire il sacramento della Confermazione; inoltre vengono consacrati i vescovi e i presbiteri e anche gli altari e le chiese. Le proprietà dell’olio si prestano moltissimo a simboleggiare l’opera dello Spirito Santo:
- L’olio consacra. È un riferimento alla consacrazione sacerdotale fatta da Mosè ad Aronne, dove l’olio scende dal suo capo fino a ungere tutte le vesti (Es 29). Sta ad indicare come lo Spirito Santo ha la capacità di prendere possesso della vita del credente che si abbandona a lui. Così come quando l’olio unge qualcosa è difficilissimo togliere l’unzione, così è dello Spirito Santo quando prende possesso del fedele.
- L’olio illumina e fa brillare il volto. Richiama il salmo 104. Si tratta dell’azione dello Spirito Santo che fa brillare sul volto dei credenti in Cristo la gloria di Dio e la sua benedizione. È l’olio come “cosmetico”, lo Spirito Santo che è capace di rendere “bella” la “Sposa di Cristo”.
- L’olio risana le ferite. Nei tempi antichi l’olio era usato come medicamento per le ferite. Ne abbiamo un esempio anche nel brano evangelico del buon samaritano, che nel prendersi cura dell’uomo percosso dai briganti gli fascia le ferite e gli versa olio. Anche lo Spirito Santo cura le ferite che il peccato provoca nella nostra vita. Mentre il peccato ci allontana da Dio, lo Spirito Santo ci lega al Padre in una relazione sempre più profonda rendendoci suoi Figli amati.
Inoltre, all'olio d’oliva utilizzato per il Crisma viene aggiunto una fragranza profumata, che simboleggia l’effusione, allo stesso modo di un profumo, dello Spirito Santo in tutto il mondo; ma anche il profumo di Cristo che ogni credente è chiamato a portare. È lo spandersi della Santità!
Nella preghiera di Benedizione è come se la pianta dell’olivo e l’olio che si ricava dai suoi frutti sia stato pensato e voluto da Dio sin dall'origine della creazione e scelto nei momenti fondamentali della storia della salvezza per essere segno dell’agire di Dio. La pienezza del segno, giunge però nella vicenda di Cristo, che uscendo dalle acque del battesimo viene “unto” con lo Spirito Santo che scende su di lui come in forma di colomba.
All'inizio della preghiera Dio viene invocato come “fonte prima di ogni vita e autore di ogni crescita nello spirito”. Si chiede a Dio, “ora”, di impregnare questo olio con la forza del suo Spirito e della potenza che emana dal Cristo. Lo Spirito Santo invocato infonde nell'olio la sua forza. Il resto delle parole le riportiamo in tutta la loro forza:
«Confermalo come segno sacramentale di salvezza e vita perfetta per i tuoi figli rinnovati nel lavacro spirituale del Battesimo. Questa unzione li penetri e li santifichi, perché, liberi dalla nativa corruzione e consacrati tempio della tua gloria, spandano il profumo di una vita santa. Si compia in essi il disegno del tuo amore e la loro vita integra e pura sia in tutto conforme alla grande dignità che li riveste come re, sacerdoti e profeti. Quest’olio sia crisma di salvezza per tutti i rinati dall'acqua e dallo Spirito Santo, li renda partecipi della vita eterna e commensali al banchetto della tua gloria.»
Chiediamo al Signore Gesù che infonda, ora, il suo Santo Spirito su tutti noi perché, guariti dalle nostre feriti e resi “sacerdoti” per mezzo della sua unzione, possiamo seguire l’esempio di Gesù che celebriamo nei giorni del Triduo Sacro, e cioè, di offrire la nostra vita a Dio come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, per donare e ricevere pienezza di vita e pace.  
Il Signore vi dia Pace!






lunedì 14 marzo 2016

L'UOMO E DIO IN UNA MANDORLA

Carissimi Amici, ecco il quarto ed ultimo articolo di Fra Daniele Sciacca sul logo della misericordia. Questa volta ci descrive il particolare della mandorla.
Buona lettura!

Oggi, attraverso questo quarto ed ultimo articolo dedicato al logo della misericordia, vogliamo scoprire la ricchezza dell’ultimo simbolo: la mandorla!




Tutta la scena, infatti, si svolge all'interno di una mandorla. È una forma ovale formata dalla sovrapposizione di due cerchi. Nell'iconografia cristiana essa richiama la compresenza delle due nature, divina e umana, in Cristo.




Il mandorlo, poi, è un albero tipico dei paesi mediterranei che è tra i primi a regalarci i suoi fiori bianchi, dunque un simbolo di nuova vita e di fertilità, proprio ciò che riceviamo quando Dio ci perdona con il sacramento della riconciliazione.







Il colore blu è il colore che rappresenta l’umanità, il colore dell’uomo. È lo stesso colore del cielo. Infatti l’uomo è l’unica creatura che è stata creata con, dentro di sé, il desiderio di aspirare al “cielo”, a Dio.



Se guardiamo bene possiamo notare una gradazione del colore: dal blu scuro all'azzurro. È possibile dare due interpretazioni:
1)Può significare il cammino che Cristo fa compiere ad ogni uomo o donna che si fida di Lui: con la sua incarnazione Cristo ci solleva dall'oscurità del peccato e della morte e ci conduce nella luce del suo amore e del suo perdono.
2)Il secondo significato può essere quello del cammino che Cristo fa compiere all'anima di ogni credente. È un richiamo a santi come S. Giovanni della Croce o S. Teresa d’Avila, e alla loro spiritualità che interpreta il cammino dell’anima come un percorso progressivo, ad es. attraverso le stanze di un castello, dalla più esterna alla più interna, dove la conoscenza del mistero di Dio-amore e di Dio-misericordia diventa sempre più profonda (cfr. “Il Castello Interiore” di S. Teresa d’Avila).

Possiamo, così. contemplare in Gesù Cristo, non solo come Dio si è fatto uomo, ma anche come l’uomo si è fatto Dio. Cioè possiamo contemplare in Lui un’umanità pienamente realizzata nell'amore e nella comunione con il Padre, proprio come era stata pensata all'inizio della creazione. Guardiamo allora a Cristo e lasciamoci divinizzare anche noi a sua immagine.
Santa Pasqua del Signore a tutti voi!